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Le radici antiche dell’olivo
L’olivo, pianta simbolo del Mediterraneo, ha accompagnato la storia dell’uomo sin dall’età del Bronzo, quando iniziò a diffondersi nel bacino mediterraneo. Considerato dagli Ebrei “albero della vita” e già citato nel Vecchio Testamento, l’olivo trovò in Puglia un terreno fertile e favorevole, tanto da rendere la regione uno dei centri più importanti di olivicoltura. Già in epoca antica, infatti, l’olio pugliese era esportato verso la Gallia Cisalpina e Narbonense, segno della sua rilevanza economica e culturale.
L’olivicoltura tra Medioevo e Rinascimento
Tra tarda antichità e medioevo la coltivazione dell’olivo si diffuse soprattutto negli ambienti ecclesiastici e nelle proprietà signorili, favorita dalle esigenze religiose: l’olio era indispensabile per la liturgia, l’illuminazione e le restrizioni alimentari della Quaresima. Pur destinato in prevalenza ai ceti abbienti, entrò anche nelle cucine popolari, come attestano i ricettari tre-quattrocenteschi che ne raccomandavano l’uso per insalate, legumi e pesce. Oltre all’alimentazione, l’olio trovava impiego nella produzione di sapone, nella lavorazione della lana e del cuoio, in medicina e nella cosmesi. Diventando così un elemento essenziale della vita quotidiana.
La Puglia e il patrimonio degli ulivi
In Puglia, soprattutto lungo la fascia costiera centrale, l’olivo divenne parte integrante dell’assetto agricolo già dal XII secolo, con la formazione di estese oliveta spesso protette da muretti a secco. Oggi la regione, con oltre 60 milioni di ulivi, è la maggiore produttrice italiana di olio extravergine. Questo “mare verde” racconta storie millenarie: dalle comunità neolitiche che usavano l’olio come alimento e fonte di luce, ai Greci e Romani che lo commerciavano come bene prezioso. Ancora oggi gli ulivi pugliesi, custodi di tradizioni e memoria, continuano a nutrire e illuminare, trasformando ogni goccia d’olio in un simbolo di cultura, natura e passione.
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